Inclusa in Born in the U.S.A. (1984), "Dancing in the Dark" è il perfetto paradosso della discografia di Bruce Springsteen: il suo più grande successo commerciale nato da una crisi creativa e da un esplicito contrasto con il produttore Jon Landau, che esigeva un singolo forte per l'album. Oltre al consueto contrasto tra la "leggerezza" della musica e la profondità del testo......
A un primo ascolto superficiale, il brano si presenta come una radiosa traccia synth-pop anni '80. La base ritmica è dritta, martellante, dominata dal riff di sintetizzatore di Roy Bittan e dalla batteria dal sound gonfio ed esplosivo, tipico dell'epoca. È una svolta sonora che all'epoca fece storcere il naso ai puristi del rock potente, del muro di suono della E Street Band, ma che riletta oggi si rivela una mossa geniale: vestire di pop da classifica un pezzo di puro isolamento.
Il vero cuore di "Dancing in the Dark", infatti, sta -come anticipato- nel netto contrasto tra la musica ballabile e un testo profondamente cupo, quasi speculare alle atmosfere solitarie del precedente album Nebraska.
"I’m dying for some action / I’m sick of sitting ’round here trying to write this book"
Springsteen canta la frustrazione del blocco dello scrittore, l'alienazione di chi si sente vuoto ("I look in the mirror and I want to change my clothes, my hair, my face") e la disperata urgenza di una scintilla che lo faccia ripartire. Non è una canzone di gioia, è una preghiera ballabile per l'autoconservazione.
Potremmo riassumere come segue le caratteristiche della canzone:
Il Contrasto Emozionale: La disperazione della voce di Springsteen, che ringhia e raschia sulle note, strappa il brano dal rischio di diventare una canzonetta sintetica, mantenendolo ancorato alla terra e al sudore.
La Struttura Semplice ma Efficace: Non ci sono i lunghi assoli epici di Clarence Clemons alla fine (il sassofono fa solo brevi incursioni nel finale sfumato), tutto è concentrato sull'impatto immediato, sulla spinta propulsiva che deve catturare l'ascoltatore dal primo secondo.
Il Finale in Dissolvenza: A differenza delle versioni live, dove il pezzo si trasforma in una catarsi collettiva e un trionfo rock, la versione album sfuma (fade out) mentre Bruce continua a incitare e la band continua a spingere, lasciando intatta quell'idea di un loop infinito di ricerca e frustrazione.
La versione album di "Dancing in the Dark" è un capolavoro di artigianato pop-rock. Dimostra come Springsteen sia riuscito a piegare i suoni di plastica dei primi anni '80 per trasformarli in un veicolo di autentica urgenza esistenziale. Non è un tradimento del suo stile, ma l'ennesima prova che si può fare grande letteratura rock anche facendo ballare le masse (ovviamente, se si è capaci di farlo)....
Musicalmente diciamo che è un pezzo divertente da suonare, uno di quelli che se si caricano di "libidine", rischiano di prendere una velocità pericolosa.... Per anni l'abbiamo messo alla fine del concerto, valutando solo il lato "giocoso" del brano, e citando il balletto del video (con una giovanissima Courtey Cox) con la sventurata di turno....;)

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