Se si dovesse scegliere un singolo brano per spiegare la straordinaria capacità di Bruce Springsteen di nascondere un abisso di malinconia esistenziale sotto una carrozzeria pop scintillante ed energica, quel brano sarebbe senza dubbio "Hungry Heart".
Pubblicato nel 1980 come singolo trainante del monumentale doppio album The River, il pezzo segnò una svolta commerciale cruciale nella carriera del Boss, diventando il suo primo grande successo da Top 5 nella classifica Billboard Hot 100.
La genesi del brano è ormai leggenda: Springsteen lo aveva inizialmente scritto per i Ramones dopo aver incontrato Joey Ramone a un concerto ad Asbury Park. Tuttavia, una volta ascoltato il potenziale del pezzo, il produttore e manager Jon Landau convinse Bruce a tenerlo per sé. Fu una scelta decisamente opportuna e azzeccata.
Musicalmente, "Hungry Heart" è un vibrante tributo al pop-rock degli anni '60, influenzato dalle produzioni di Phil Spector, dal sound della Motown e dalle armonie dei Beach Boys. Il piano saltellante di Roy Bittan e il sassofono avvolgente di Clarence Clemons trascinano l'ascoltatore in un ritmo irresistibile, arricchito dai cori (non accreditati ma inconfondibili) di Mark Volman e Howard Kaylan dei Turtles. Per rendere la traccia ancora più radiofonica e "fresca", la voce di Springsteen venne leggermente accelerata in fase di mixaggio, conferendole un timbro insolitamente giovanile e spensierato (questa, personalmente, l'ho sempre trovata una scelta discutibile).
Ma il vero colpo di genio risiede nel contrasto lirico. Dietro quel ritmo travolgente che fa battere il piede sin dalle prime note, si cela la storia di un uomo che abbandona tutto — moglie, figli e una vita stabile a Baltimore — per inseguire un'irrequietezza impossibile da placare. L'incipit è folgorante nella sua crudezza narrativa: "Got a wife and kids in Baltimore, Jack / I went out for a ride and I never went back".
Il fulcro del brano risiede nel celebre ritornello, preso in prestito da un verso del poema Ulisse di Alfred Tennyson: "Everybody's got a hungry heart" (Tutti hanno un cuore affamato). Springsteen non giudica il suo protagonista; ne fotografa la vulnerabilità. È la descrizione di quella fame cronica di vita, d'amore, di cambiamento o forse semplicemente di fuga, che accomuna ogni essere umano. Quella spinta irrazionale che fa terra bruciata del passato pur di riempire un vuoto interiore.
In poco più di tre minuti, "Hungry Heart" condensa la grande magia della scrittura springsteeniana: una canzone che si può ballare a squarciagola in uno stadio colmo di gente — come dimostra la tradizione live in cui il Boss lascia cantare l'intera prima strofa al pubblico — ma che, se letta nel silenzio della propria stanza, suona come una confessione intima, amara e straordinariamente lucida sulla natura umana. Un capolavoro di pop tragico e perfetto.
Dal punto di vista musicale e "nostro".
Beh, abbiamo dedicato ad Hungry Heart il nome del gruppo tributo col quale, per 12 splendidi anni, abbiamo "cavalcato" parecchi palchi portando in giro il Verbo del Boss....; quindi, è a dir poco ovvio che sia un pezzo che amiamo moltissimo. Per il vero io suono questo brano dal 1991, quando coi Bourbon's suonavo la batteria e cantavo (oggi penso che rischierei il ricovero dopo 3 pezzi......)
Divertente da suonare e cantare, ha quel senso di epicità che si sprigiona ad ogni nota. Un brano a dir poco esaltante.
Buon ascolto (la versione che sentite è tratta da un bel concerto degli HH, circa a metà anni '10, con qualche "aggiuntina" attuale....)








